Nuovo Padre Generale della Compagnia di Gesù PDF

Padre Adolfo Nicolàs s.i. è il nuovo Padre Generale della Compagnia di Gesù. E’ stato eletto il 19 gennaio dalla Congregazione Generale 35ma. E’ il 29° successore di Sant’Ignazio di Loyola. Nativo di Palencia, in Spagna, è entrato in noviziato a 17 anni. La sua vita e la sua missione di gesuita è stata quasi interamente spesa in Giappone dove è stato ordinato sacerdote nel 1967, dove ha insegnato Teologia Sistematica e ha diretto lo Scolasticato. E’ stato Provinciale del Giappone nel periodo 1993-1999. Negli ultimi tre anni è stato Moderatore della Conferenza Gesuita dell’Asia Orientale e Oceania.

IL PADRE GENERALE INCONTRA LA STAMPA
Considerato il desiderio espresso dai mezzi di comunicazione di intervistare il Padre Generale si è deciso di convocarli per un incontro, ma che non contemplasse la possibilità di fare domande. All’incontro hanno partecipato circa 65 giornalisti che hanno mostrato la loro soddisfazione per l’opportunità di ascoltare il Padre Nicolás. Al termine dell’incontro hanno potuto visitare l’aula della Congregazione.
Parlando in italiano con l’aiuto di alcuni appunti, il Padre Nicolás ha spiegato ai giornalisti che la Congregazione Generale non è ancora terminata e quindi per il momento non poteva parlare di programmi o decisioni future. Presentiamo qui di seguito l’intervento del Padre Generale, trascritto dal testo registrato:

P. NICOLÁS PARLA AI GIORNALISTI (25.1.2008)
Buongiorno. Prima di tutto, se volete soffrire un po’, parlerò italiano. Scusatemi per il mio italiano, spero che con il tempo diventi un po’ migliore.
Anzitutto voglio ringraziarvi tutti per l’interesse che dimostrate per la Compagnia di Gesù, per questa Congregazione Generale e per gli occhi benevoli che avete rivolto su di me. Sto leggendo i giornali in questi giorni; non ho mai letto i giornali così frequentemente, e vi trovo sempre il desiderio di presentare le cose in una luce benevola e amichevole, e per questo vi ringrazio molto. E questo non soltanto per quanto riguarda me, ma anche la liturgia che abbiamo celebrato domenica scorsa.
Capisco molto bene le difficoltà che incontrate a trovare informazioni. Io sono sconosciuto, nessuno mi conosce. Sto leggendo i giornali della Spagna e vedo come stanno cercando, come cercatori di tesori…dove non c’è niente; cercano, domandano alla gente, e poi devono anche inventare, cercare di drammatizzare un poco per dire qualcosa. Dicono che sono il terzo di tre fratelli, mentre sono il terzo di quattro, ecc. Cercano se ho studiato qua o là…Hanno detto che ho studiato all’Istituto Balmes, che è un istituto dove ho studiato soltanto un anno quando avevo dieci anni, e vi stanno cercando i miei risultati scolastici, il che è terribile, perché quell’anno ho preso due tre, uno in geografia e un altro in una materia che non ricordo. Ma questo è lo sforzo del comunicare. Spero che nel futuro non sia così difficile. Man mano che ci conosciamo un po’ di più, le cose non interessanti verranno dimenticate e le cose interessanti diventeranno piuttosto: che cosa si fa in questo mondo, in questa Chiesa e in questo momento della storia. Nei rapporti che ho letto in questi giorni ci sono cose che non sono di grande aiuto e altre che invece sono meglio orientate.
Ho trovato di minore aiuto, per esempio, l’antitesi che si cerca sempre fra i gesuiti e il Santo Padre, i gesuiti e il Vaticano. Credo che questo non sia vero. La Compagnia di Gesù è stata sempre, fin dal principio, e continua ad essere sempre in comunione con il Santo Padre, e siamo lieti di essere così. Perciò questa è una tensione artificiale, creata al di fuori di noi. Se ci sono alcune difficoltà è precisamente perché siamo così vicini, non fisicamente, ma spiritualmente. Credo che parecchi di voi siano sposati: se io vi interrogo e mi dite che non avete mai un problema, allora non vi crederò in nessuna maniera. Soltanto le persone che si amano possono ferirsi mutuamente, a vicenda. Gli altri non contano. Proprio quando c’è interesse, relazione, quando si cerca di lavorare insieme, allora è possibile fare cose che non sono così gradite, e allora abbiamo delle difficoltà, ma questo è normale. Se siete sposati, sapete di che cosa parlo.
La Compagnia di Gesù vuole collaborare con la Santa Sede e obbedire al Santo Padre: questo è stato sempre il comune sentire fra noi. Questo non è cambiato, né credo che cambierà. Noi siamo nati in questo contesto, e questo è il contesto che determinerà molte delle nostre decisioni.
Alcuni giornali hanno detto che c’è una distanza teologica fra me e Benedetto XVI, ma questo è cercare di drammatizzare. Io ho studiato il professor Ratzinger quando ero studente. Anche a Tokyo studiavamo i suoi libri, perché era un grande professore e i suoi libri erano molto interessanti e presentavano una novità e un’ispirazione che tutti noi a quel tempo abbiamo apprezzato. Gli anni fra il 64 e il 68 sono gli anni in cui ho studiato a Tokyo, e i libri di Ratzinger erano ben noti fra noi. Poi, quando sono venuto a Roma, era lo stesso. Il nome di Ratzinger era sempre quello di un grande professore. E sono andato in Germania, e in Germania - anche se non stava insegnando a Frankfurt dove mi trovavo - tutti leggevano i libri di Ratzinger. Allora, la distanza è solo nella mente di coloro che la immaginano, mentre in realtà vi è un colloquio che continua, e credo che la teologia sia sempre un dialogo. Quello che è importante è cercare la verità, cercare la verità ispirati dalla Parola di Dio, dalla vita della Chiesa, dalla vita dei cristiani. E in questo dialogo ci sono forse alle volte delle differenze, ma sempre in una ricerca comune della verità.
Altri giornali dicono che io sono “tipo Arrupe”, “tipo Kolvenbach”, metà e metà, cinquanta per cento e cinquanta per cento. Ma nessuno ha ancora detto che ho un dieci per cento di Elvis Presley, però anche questo si potrebbe dire e non sarebbe una sorpresa. Però credo che tutto questo sia falso. Io non sono Arrupe. Io amo Arrupe; lo ammiro; è stato una persona di grande influsso; l’ho avuto come superiore per quattro anni in Giappone, e anche prima di andare in Giappone lo avevo incontrato nella mia scuola, dove ci aveva parlato della bomba atomica, dell’esperienza di Hiroshima. Quindi l’ho ammirato, però io non sono Arrupe. E io non sono Kolvenbach, ovviamente, per molte ragioni. Allora chi sono io? Per voi forse è da scoprire. Se chiedete a me, credo che direi: io sono fatto dalla realtà nella quale mi trovo, sono “in fieri”, sono nel processo di diventare quello che Dio vuole, come è per tutti noi. E’ nella realtà che si cresce: la mia relazione con Dio, la mia relazione con il Santo Padre, questa Congregazione Generale “mi fa”; e poi c’è l’abilità che io avrò o non avrò di rispondere alla realtà e a tutti coloro che sono intorno a me, la gente che trovo; la Congregazione Generale mi darà delle direttive...Allora, tutto questo è quella persona che spero io diventerò. Se potrò rispondere o no, questo non lo so, questo è sempre aperto.
Una cosa interessante nei giornali è la mia relazione con l’Asia. Questo è vero. Possiamo vedere questa carta geografica, appesa qui nella sala, che abbiamo fatto recentemente, aggiornata al mese scorso: l’abbiamo fatta a Manila. Questa è la regione nella quale io ho lavorato negli ultimi tre anni - come Presidente dei Provinciali dell’Assistenza dell’Asia Orientale e Oceania -, ma anche prima, in contatto con gli altri Provinciali, visitando, dando Esercizi spirituali, conferenze. Come vedete, è una regione molto grande, che va dalla Cina, Corea, Giappone, fino all’Australia, quindi da Nord a Sud (non abbiamo niente a che fare con l’Antartide), e poi dalla Cina e dal Myanmar fino alla Micronesia nel Pacifico. Abbiamo molta acqua, se avete difficoltà con l’acqua forse non dovete cercare in questa regione.
La maggior parte della mia vita è passata in Asia. Sono andato in Asia quando avevo 24 anni, dopo aver studiato filosofia ad Alcalà, vicino a Madrid, e l’Asia è stata una sfida, una vera sfida sotto molti aspetti.
I primi anni non erano facili. Essere in Giappone… Non parlo tanto delle difficoltà esterne, che non sono difficoltà. Il pesce crudo è bellissimo, la dieta giapponese è magnifica, non soltanto è sana, ma è buona, è delicata ma è buona, non ha sapori forti, ma è molto buona. Perciò questo non era una difficoltà. Anche la lingua non era una difficoltà. A me piace studiare le lingue, perciò ho trovato la lingua una sfida molto interessante, soprattutto scrivere i caratteri cinesi, e così via. Questa non era la difficoltà. La difficoltà è più profonda. Quando sono stato in Giappone, ho trovato che il mondo non è come io lo pensavo in Spagna. La maniera di vedere le cose, di vedere anche la fede, di interrogarsi su diversi problemi, non è come in Spagna. Cose che in Spagna io consideravo “common sense”, senso comune, sentire comune della gente, non è più sentire comune in Giappone. Allora, questa sfida di un incontro con un mondo totalmente diverso, che mette in questione cose che io consideravo normali, questo è stato interessante, però è stato difficile.
Ciò è durato un paio di anni; poi in tale contesto ho dovuto studiare la teologia, e questo è stato interessantissimo. Quando ero a Roma c’era il programma “Canzonissima”, ma la teologia era interessantissima, perché la teologia era come un riformulare, come un ritrovare la propria fede non soltanto nel contesto del Vaticano II, ma nel contesto dell’Asia, del Giappone, in un contesto dove il buddismo, lo shintoismo e altre religioni hanno avuto un’influenza molto profonda.
Perciò, credo che l’Asia mi abbia cambiato, spero in bene (questo non lo posso dire io, devono dirlo i giapponesi). Mi ha cambiato e mi ha aiutato a capire gli altri, ad accettare quello che è differente e a cercare di capire quello che è differente, perché è differente e come è differente, e che cosa posso imparare da quello che è differente.
E poi mi ha aiutato a sorridere verso le difficoltà, le imperfezioni umane, le realtà umane. In Spagna - non so se lo crederete - io ero un po’ intollerante, un po’ della linea “sempre in ordine”, esigente, perché per me la religione era ancora intesa in una maniera assai diffusa, come fedeltà a una serie di pratiche religiose. Ma poi in Giappone ho visto che no, che la vera religiosità è più profonda, che bisogna andare al fondo della persona e al fondo delle questioni, tanto se parliamo di Dio, quanto se parliamo di noi o se parliamo della vita umana; e questa è una maniera molto buona di entrare in un mondo diverso. Quindi ho sentito che potevo sorridere di fronte a quelle difficoltà che in Spagna mi avrebbero fatto diventare molto nervoso. Ma la vita umana è così, le persone sono così; e allora l’imperfezione è così naturale che bisogna accettarla dal principio, non cercare sempre persone perfette, che lavorano…
I giapponesi hanno fama di lavorare ventiquattro ore al giorno. Sì, però lo fanno piano piano, non lavorano come gli americani, o come i francesi, nemmeno come gli spagnoli. Gli spagnoli forse lavorano un’ora, però intensamente. I giapponesi prenderanno ventiquattro ore, ma piano piano: è un ritmo diverso. Questo vale non soltanto per il lavoro, ma anche per la maniera di vedere le persone, la vita. Non essere troppo esigenti. Li scandalizza il fatto che noi siamo così stretti, così intolleranti, che non accettiamo le diversità: questo è uno scandalo per loro.
Tutto questo - come potete capire - è una vera sfida per noi che andiamo là con l’ingenuità di chi è nato ed è stato educato in un paese soltanto, come la Spagna. Per questo credo che l’Asia possa arricchire molto la Chiesa universale; ed è un peccato che in Asia siamo così pochi - gesuiti o altri -, e che si sia scritto così poco per la Chiesa universale. Quello che si scrive è un po’ locale; ma credo che l’Asia possa apportare molto. Il Giappone con la sua cultura, la diversità, la profondità delle domande. Se si guarda il buddismo, si vede che il buddismo è cambiato attraversando l’Asia. Nell’India, nello Sri Lanka, nel sud vi è una tradizione buddista, ma al nord ce n’è un’altra – mahayana – che si è aperta a situazioni diverse, e arriva in Giappone e là trova una linea di approfondimento che fà sì che lo zen - che esiste anche in altri paesi - prenda cittadinanza giapponese, e le domande sono veramente profonde, tutto è messo in questione. Perciò credo che tutti noi possiamo imparare qualcosa da questo mondo, che da una parte appare tranquillo, ma dall’altra è molto esigente.
Poi c’è la Cina. La Cina è un mondo a sé, incredibilmente ampio, per le culture, la diversità, la lingua o le lingue. Ci sono più di ventisette gruppi etnici al sud della Cina, e parlano dal cinese all’arabo. E’ un mondo incredibile, che non so come sia possibile amministrare in una maniera unitaria. Poi c’è la Corea, il Vietnam - anche qui una diversità molto grande- e le Filippine. Le Filippine alle volte sono chiamate “l’Italia dell’Asia”, perché hanno un certo senso dell’umore, un senso della vita e delle leggi che è un po’ più ampio che in altri paesi. C’è un libro sulle particolarità filippine che dice: “Tu sai che sei filippino se per te le leggi del traffico non sono leggi, ma raccomandazioni”. Questo senso della vita credo che sia molto buono per il resto dell’Asia, ma che possa anche dare il senso di come è l’umanismo profondo quando è asiatico.
Se questo è quanto volete vedere, le Filippine sono il luogo adatto per vederlo. L’Indonesia partecipa perché vi sono anche malay, della tradizione malay. L’Australia è la parte occidentale della nostra regione, ma i gesuiti australiani hanno preso come loro missione costruire ponti fra l’Asia e l’Ovest. Perciò io trovo una grande collaborazione dall’Australia per programmi e situazioni dell’Asia, e questo è molto interessante. Poi abbiamo nuove missioni, come in Myanmar, East Timor (Timor Orientale) e la Cambogia. Queste missioni sono nuove perché prima erano state tutte chiuse e i gesuiti erano stati espulsi: dalla Cambogia naturalmente, dal Myanmar dal governo militare, mentre a Timor vi era un gruppo piccolo, e con l’indipendenza è cambiato molto e adesso abbiamo nuove vocazioni e perciò si sta ricominciando. Tutti questi paesi presentano sfide nuove e questo è veramente molto impegnativo.
Sul futuro posso dire molto poco. E la ragione è semplice: io ho appena cominciato ad essere Generale. Quando nella Sala della Congregazione, che è qui sopra di noi, dicono “il Padre Generale”, io penso sempre che si riferiscano a Kolvenbach. Ancora non mi rendo conto che sono io. Il mio atteggiamento in Aula è quello di sentire, sentire e obbedire. Come sapete - e se non lo sapete ve lo dico adesso -, la Congregazione Generale è sopra il Padre Generale: cioè durante la Congregazione Generale io sono soggetto alla Congregazione Generale. Se la Congregazione Generale mi dice che cosa fare, che direzione prendere per il futuro, io debbo obbedire e questa sarà la mia missione, il mio mandato. Perciò, quello che adesso è importante per me è sapere che cosa vuole la Congregazione Generale, come rispondiamo alle considerazioni e alle sfide che il Santo Padre ci ha inviato e che stiamo prendendo sul serio, riflettendo come dare una risposta che possa aiutare la Chiesa: non per noi, ma per la Chiesa. Spero di incontrare presto il Santo Padre quando mi chiami per un primo incontro. E poi, dopo di questo, quando i Padri della Congregazione se ne andranno, allora dovrò cominciare a dire: Adesso siamo qua! Come rispondere e come attuare e come far diventare realtà tutto questo?
Spero che da quel tempo in poi avremo più occasioni di dialogo e - come ha detto il Padre de Vera - che potremo avere anche incontri in cui possa rispondere alle vostre domande. Adesso non ho risposte, perciò se mi interrogate dirò: questo dipende, questo dipende, questo dipende…
Nel dialogo che avremo sulle questioni della Compagnia di Gesù spero di poter seguire i principi di Gandhi, che diceva: quando si parla di qualcosa, prima di tutto bisogna che sia vero, perché se non è vero non è interessante; secondo, che sia “gentle”, benigno, “kind”; e terzo, che faccia bene agli altri.
Perciò, notizie che anche se sono vere non fanno bene, ma al contrario creano delusioni o malintesi, credo che non siano interessanti per noi. Forse faranno un poco di chiasso una mattina. Ma se questo non aiuta la gente, credo che non valga la pena. Ma anzitutto che sia vero; e io penso di dover essere trasparente. L’ho imparato in Indonesia da una coppia che non era nemmeno cristiana. In un contesto in cui ci sono molte paure che gli spiriti maligni entrino nella gente, si sono detti: “Come facciamo per difenderci contro tutte queste minacce?”, e hanno deciso di vivere una spiritualità di trasparenza, in modo che quel male che viene passi senza lasciare nessuna conseguenza, e quel bene che viene sia comunicato agli altri. Credo che sia un simbolo molto buono anche per noi: la trasparenza, che è una trasparenza responsabile per il bene degli altri, non per il nostro bene, perché questo è secondario. Che cosa pensa la gente di me, non è importante per me.

In conclusione, quindi, sono contento di avervi incontrati, vi ringrazio dell’atteggiamento positivo che ho trovato in voi fino adesso, capisco le difficoltà che avete, e speriamo che nel futuro possiamo collaborare di più. Grazie tante!